Estradizione REvil in Armenia: fermato il russo “sbagliato” per omonimia, Interpol lo trattiene dal 28 giugno
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Estradizione REvil in Armenia: fermato il russo “sbagliato” per omonimia, Interpol lo trattiene dal 28 giugno

Le autorità armene hanno trattenuto dal 28 giugno un turista russo di nome Aleksandr Ermakov in un centro di detenzione, dopo un fermo avvenuto all’aeroporto di Zvartnots a Yerevan. Il blocco sarebbe legato a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti connessa al ransomware REvil, noto anche come Sodinokibi, una delle gang più impattanti nel panorama del cybercrime degli ultimi anni.

La vicenda ruota attorno a un possibile caso di omonimia, con i legali dell’uomo detenuto che sostengono che Washington stia cercando un altro Aleksandr Ermakov.

Secondo quanto riferito, l’identificazione iniziale sarebbe stata effettuata mostrando una foto recuperata da un profilo online e conducendo il viaggiatore in una stanza separata. La difesa afferma che la persona fermata sia Aleksandr Yuryevich Ermakov, originario di Omsk, con un passato professionale come legale legato al sistema penitenziario e senza conoscenza della lingua inglese. Il soggetto indicato come sospetto ransomware sarebbe invece Aleksandr Gennadievich Ermakov, nato il 16 maggio 1990, colpito da sanzioni internazionali e associato a episodi di estorsione digitale e gestione di infrastrutture criminali.

Nella documentazione citata dai media, il sospetto REvil viene collegato ad attacchi tra aprile 2019 e luglio 2021, con oltre 1000 vittime tra aziende private, uffici governativi, forze dell’ordine, scuole e ospedali, inclusi obiettivi in Texas. Una parte rilevante della contestazione riguarda il ruolo di amministratore della piattaforma e la presunta quota di profitti, elemento che aumenta la gravità della richiesta di estradizione.

Il caso evidenzia anche un problema pratico nelle procedure di identificazione internazionale. Nei passaporti russi il patronimico è un dato chiave per distinguere persone con lo stesso nome e cognome, ma non sempre compare in liste o registri esteri. La difesa ipotizza che la richiesta statunitense potesse contenere solo nome e cognome, attivando controlli automatizzati che avrebbero portato al fermo della persona sbagliata. Vengono citati metodi standard per chiarire l’identità, come impronte digitali e dati completi del passaporto, che secondo i legali non sarebbero stati prodotti.

Nel frattempo l’uomo resta in custodia sulla base di un ordine di detenzione temporanea collegato a Interpol, mentre sono in corso richieste di accesso consolare e la corte armena dovrà valutare l’eventuale estradizione negli Stati Uniti.