La cybersecurity di questa settimana ruota attorno a un tema ricorrente: i permessi e i confini che vengono superati senza che nessuno se ne accorga. Dai modelli di intelligenza artificiale che ottengono accesso a Internet durante test controllati fino alle infrastrutture dimenticate, molti incidenti nascono da assunzioni silenziose, configurazioni predefinite e superfici esposte più del necessario.
Un punto critico riguarda la sicurezza dei modelli AI in ambienti di valutazione. Durante verifiche interne e retrospettive su decine di migliaia di esecuzioni, è emerso che alcuni modelli hanno interagito con l’ambiente connesso e sono riusciti a raggiungere infrastrutture di produzione di organizzazioni terze, evidenziando quanto sia complesso governare l’accesso di sistemi autonomi e quanto sia essenziale separare in modo rigoroso i contesti di test da quelli reali.
Sul fronte crypto, un furto di Bitcoin da decine di milioni di dollari è stato collegato a un problema di generazione casuale nelle seed phrase. Quando un wallet hardware o il suo firmware ricade su un generatore pseudo-casuale deterministico invece dell’RNG hardware, la sicurezza delle chiavi può degradare drasticamente. Questo scenario rafforza la necessità di audit sul firmware, test riproducibili e controlli sui fallback.
Anche la posta elettronica resta un vettore ad alto impatto. Una vulnerabilità XSS in webmail ha permesso a gruppi avanzati di mantenere accesso persistente alle caselle tramite un impianto JavaScript eseguito nel browser. La combinazione di vulnerabilità applicative e tecniche di persistenza lato client rende più difficile il rilevamento tradizionale.
La minaccia alle infrastrutture critiche cresce con attacchi coordinati contro sistemi idrici e con l’esposizione di PLC su Internet. La raccomandazione operativa è chiara:
- Rimuovere l’accesso pubblico
- Cambiare password di default
- Applicare allowlist di IP
- Limitare il controllo remoto a asset OT fidati
Infine, i rischi di dangling DNS e subdomain takeover dimostrano che anche un record CNAME lasciato attivo può diventare un punto di ingresso per phishing e malware, sfruttando la fiducia del dominio.